Facoltà dell'uomo di decidere delle proprie azioni e della
propria volontà in apparente autonomia da quella di Dio. È oggetto di una
secolare controversia teologica nel cristianesimo. Contro la subordinazione
della salvezza alla grazia e alla predestinazione, poste dal Vangelo quali
condizioni necessarie per le opere buone e in base a cui i manichei lo
negavano, Pelagio (V secolo) affermò che l'uomo non ha bisogno dell'aiuto di
Dio per scegliere il bene. Sant'Agostino combatté tale dottrina sostenendo l'esistenza
del libero arbitrio, ma insieme la sua insufficienza per fare il bene, data la
corruzione della natura umana. Con la Riforma protestante la polemica rinacque: Erasmo
da Rotterdam sostenne la libertà e i meriti delle azioni umane (De libero
arbitrio, 1524); Lutero negò la possibilità delle opere buone, in conseguenza
del peccato originale, e l'irrilevanza della volontà dell'uomo sul suo destino,
decretato da Dio (De servo arbitrio, 1525). Il concilio di Trento ammise la
libertà umana come facoltà attenuata, ma non distrutta, dal peccato originale.
Tra il 1598 e il 1607 si scatenò la controversia de auxiliis, in cui il gesuita
Molina sottolineò la libertà collaborante dell'uomo con Dio, che ne
"prevede" le scelte, contro il domenicano Baqnez, che sostenne la
"predeterminazione fisica" del libero arbitrio.