Nel 2004 il Ciad interruppe i negoziati a N'Djamena e questo
condusse all'accordo per la cosiddetta cessazione delle ostilità umanitaria
dell'8 aprile tra il governo del Sudan da una parte e il JEM e il SLM
(Movimento di Liberazione del Sudan) dall'altra. Una corrente scissionista del
JEM — il Movimento Nazionale per la
Riforma e lo Sviluppo — non prese parte alle discussioni e
all'accordo sul cessate il fuoco. Gli attacchi dei Janjaweed e dei ribelli
continuarono malgrado la firma dell'accordo. L'Unione Africana (UA) formò una
Commissione per il cessate il fuoco (CFC) per controllare l'osservazione degli
accordi.
La portata della crisi portò a temere un imminente disastro,
mentre il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan avvertiva che il
rischio di genocidio era una spaventosa realtà in Darfur. La vastità
dell'azione condotta dai Janjaweed portò a paragonarla al genocidio del Ruanda,
un paragone fortemente osteggiato dal governo sudanese. Osservatori
indipendenti hanno notato che le tattiche, che includono smembramenti e
uccisioni di non-combattenti e persino di bambini e neonati, assomigliano di
più alla pulizia etnica impiegata nelle guerre in Yugoslavia, ma hanno anche
aggiunto che la lontananza della regione impedisce a centinaia di migliaia di
persone l'accesso agli aiuti. Nel maggio 2004, l'International
Crisis Group (ICG) con sede a Bruxelles rivelò che oltre 350.000 persone
avrebbero potuto potenzialmente morire a causa della fame e delle malattie.
Il 10 luglio 2005,
l'ex leader dell'SPLA John Garang venne nominato
vice-presidente del Sudan., ma il 30 luglio 2005 perse la vita in un incidente
aereo. La sua morte provocò conseguenze a lungo termine e, nonostante i
progressi nel settore della sicurezza, i dialoghi tra i vari gruppi di ribelli
nella regione del Darfur sono avanzati lentamente.
Nel dicembre 2005, un attacco contro il villaggio ciadiano
di Adre, vicino al confine sudanese, causò la morte di 300 ribelli e il Sudan
fu incolpato dell'attacco, il secondo nella regione in tre giorni.
L'intensificarsi delle tensioni nella regione portò il governo del Ciad a
dichiarare guerra al Sudan e a chiedere ai propri cittadini di mobilitarsi
contro il "nemico in comune ".] (Vedi Conflitto Ciad-Sudan)
Accordo di maggio (2006)
Il 5 maggio 2006 il governo del Sudan ha firmato un accordo
di pace con l'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA), respinto però da altri
due gruppi ribelli minori, il Movimento di Giustizia ed Uguaglianza (JEM) e una
fazione rivale dell'SLA. L'accordo fu coordinato dal Vice Segretario di Stato
statunitense Robert B. Zoellick, da Salim Ahmed Salim (per conto dell'Unione
Africana), da rappresentanti dell'UA e altri ufficiali stranieri che operano in
Nigeria, ad Abuja. L'accordo prevede il disarmo delle milizie Janjaweed, lo
smantellamento delle forze ribelli e la loro incorporazione nell'esercito.
Luglio – agosto 2006
Nei mesi di luglio ed agosto 2006 sono ripresi i
combattimenti, "minacciando di bloccare la più grande operazione di
soccorso nel mondo" dato che le organizzazioni di aiuti umanitari hanno
preso in considerazione la possibilità di lasciare il paese a causa degli
attacchi contro membri del proprio personale. Il Segretario Generale delle
Nazioni Unite Kofi Annan ha chiesto l'invio nella regione di una forza di pace
internazionale di 17.000 uomini per sostituire quella dell'Unione Africana di
7.000 uomini.
Il 18 agosto, Hedi Annabi, responsabile delle forze di pace
dell'ONU e Segretario Generale aggiunto per le missioni di pace, durante una
riunione privata ha comunicato l'allarmante sospetto che il Sudan stia
preparando una grossa offensiva militare nella regione. L'avvertimento è
arrivato un giorno dopo la dichiarazione di Sima Samar, osservatrice speciale
della Commissione ONU per i Diritti Umani, che gli sforzi del Sudan nella
regione rimangono insufficienti nonostante l'Accordo di Maggio. Il 19 agosto,
il Sudan ha rinnovato il proprio rifiuto di sostituire la forza dell'UA di
7.000 uomini con una dell'ONU di 17.000, tanto che gli Stati Uniti hanno
"messo in guardia" il Sudan delle "potenziali conseguenze"
di questa posizione.
Il 24 agosto, il Sudan ha rifiutato di partecipare a un
incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) dove avrebbe
dovuto presentare il proprio piano di invio di 10.000 soldati sudanesi in
Darfur anziché la forza di pace proposta di 20.000 uomini. Il CSNU ha
annunciato che l'incontro si sarebbe tenuto comunque, nonostante il rifiuto del
Sudan di parteciparvi. Sempre il 24 agosto, l'International Rescue Committee ha
rivelato che, nel corso delle ultime settimane, centinaia di donne sono state
stuprate e aggredite sessualmente nel campo profughi di Kalma. Il 25 agosto, il
capo dell'Ufficio del Dipartimento di Stato per le politiche africane degli Stati
Uniti, Jendayi Frazer, ha avvertito che la regione si trova di fronte una crisi
di sicurezza, a meno che non venga autorizzato la presenza della forza di pace
proposta dall'ONU.
Il 26 agosto, due giorni prima dell'incontro del CSNU,
quando Frazer era atteso a Khartum, Paul Salopek, giornalista americano del
National Geographic Magazine, è comparso in tribunale a Darfur accusato di
spionaggio ed è poi stato successivamente rilasciato dopo aver negoziato
direttamente con il Presidente al-Bashir. [1] Questo è successo un mese dopo
che Tomo Kriznar, ministro plenipotenziario sloveno, è stato condannato a due
anni di prigione per spionaggio.
Nuovo contingente di pace proposto dalle Nazioni Unite
Il 31 agosto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
ha approvato una risoluzione al fine di inviare una nuova forza di pace di
20.000 unità nella regione. Il governo sudanese si è opposto con fermezza alla
risoluzione. Il 1 settembre, ufficiali dell'UA hanno riportato che il Sudan ha
intrapreso una grande offensiva nella regione del Darfur. Secondo fonti
dell'UA, più di 20 persone sono state uccise e 1.000 hanno dovuto abbandonare i
loro villaggi durante gli scontri che sono iniziati nei primi giorni della
settimana. Il 5 settembre il governo sudanese ha chiesto ai soldati dell'UA
dislocati in Darfur di lasciare la regione entro la fine del mese, aggiungendo
che “essi non hanno il diritto di trasferire il mandato alle Nazioni Unite o a
qualunque altro organismo. Tale diritto è e rimane nelle mani del governo del
Sudan. Il 4 settembre, con una mossa attesa, il presidente del Ciad Idriss Déby
ha affermato il suo appoggio alla nuova forza di pace delle Nazioni Unite.
L'UA, il cui mandato per la missione di pace doveva scadere il 30 settembre, ha
confermato che si sarebbe attenuto alla data fissata per lasciare il paese. Il
giorno successivo, comunque, un alto funzionario del Dipartimento di Stato
americano, che non vuole essere identificato, ha detto ai giornalisti che il
contingente sarebbe probabilmente rimasto nella regione oltre il 30 settembre,
sostenendo che sarebbe stata “un'opzione possibile e percorribile”.
L'8 settembre il capo dell'Alto Commissariato per i
Rifugiati dell'ONU, Antonio Guterres, ha detto che il Darfur si trova di fronte
a una “catastrofe umanitaria” . Il 12 settembre Pekka Haavisto, inviato dell'UE
in Sudan, ha affermato che l'esercito sudanese sta “bombardando la popolazione
civile in Darfur” Un funzionario del World Food Program ha riferito che almeno
a 355.000 persone nella regione sono stati tagliati gli aiuti alimentari. Il
Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha comunicato al Consiglio
di Sicurezza che “la tragedia in Darfur è ad un punto critico. Richiede la più
stretta osservazione da parte del Consiglio e un intervento urgente.”
Il 14 settembre, il leader del defunto SLM (Movimento di
Liberazione del Sudan), che ora è consigliere personale del Presidente della
Repubblica e presidente ad interim dell'Autorità Regionale del Darfur, Minni
Minnawi, ha dichiarato di non avere obiezioni contro la nuova forza di pace
delle Nazioni Unite, prendendo così le distanze dal governo sudanese che
considera tale spiegamento di forze un atto di invasione da parte
dell'Occidente. Minnawi sostiene che la forza dell'UA “non può fare nulla
perché il mandato dell'Unione Africana è molto limitato”. Il 2 ottobre, la UA ha annunciato che avrebbe
esteso la propria presenza nella regione dopo il fallimento della proposta di
inviare il contingente di pace delle Nazioni Unite dovuto all'opposizione del
Sudan. Il 6 ottobre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato
l'estensione del mandato della missione ONU in Sudan fino al 30 aprile 2007. Il
9 ottobre, la FAO
ha dichiarato la regione di Darfur come la zona di maggiore emergenza alimentare
dei quaranta paesi compresi nel suo rapporto “La situazione dell'alimentazione
e dell'agricoltura nel mondo”. Il 10
ottobre Louise Arbour, Alto Commissario UN per i Diritti umani, ha denunciato
che il governo sudanese era stato informato in anticipo degli attacchi che le
milizie Janjaweed hanno perpetrato un mese prima a Buram, nel Dafur
meridionale, e che hanno visto l'uccisione di centinaia di civili.