Guerra

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A differenza della nozione più generale di conflitto si parla di guerra solo quando esiste una precisa volontà da parte di una o più parti (soggetti collettivi) di portare una crisi conflittuale fino alle sue conseguenze estreme. Ciò può avvenire attraverso l’uso della violenza o con la minaccia esplicita o implicita del suo uso. L’obiettivo può essere quello di eliminare l’avversario (distruggendolo, ma talora semplicemente inducendolo ad uno spostamento fisico più o meno temporaneo), o semplicemente di far prevalere la volontà della controparte. Con guerra si intende generalmente un conflitto armato fra due o più stati, ma una definizione di guerra non può prescindere dalla valutazione dei seguenti elementi:

attori coinvolti: il coinvolgimento di nazioni appartenenti a continenti diversi produce una guerra mondiale; quello delle popolazioni civili porta alla guerra totale;

natura degli obiettivi: una guerra si dice assoluta se obiettivo primario è l’annientamento del nemico; è limitata o reale, in rapporto alla specificità di un obiettivo diverso.

attitudine degli attori: la guerra può infatti essere preventiva, offensiva, difensiva o, ancora, dei nervi;

mezzi usati: in base a tali dati si hanno guerre di tipo convenzionale, nucleare o tecnologica;

motivazioni o cause della guerra, che agiscono sulla partecipazione degli attori a livello individuale, di gruppo o di sistema di gruppi. Esse possono essere:

* ideologiche, tra cui rientrano le guerre di religione, le guerra sante, le rivoluzioni, etc.,
* politiche,
* psicologiche,
* giuridiche,
* economiche,
* tecnologiche.

Le forme di conflitto bilaterale della seconda metà del XX secolo hanno per lo più coinvolto i soggetti più svantaggiati della comunità internazionale. In questo caso, l’obiettivo economico dell’accesso a risorse endemicamente scarse e della conquista territoriale si rivela il più importante. L’appartenenza ad una medesima nazione delle parti coinvolte in un conflitto armato è la condizione necessaria di una guerra civile (interna o intestina). Essa viene generalmente combattuta fra autorità e sfidanti, laddove l’autorità non si dimostri in grado di soddisfare la domanda delle parti o non sia disposta a concedere ad alcune tra le parti sociali neppure la possibilità d’esprimere una domanda (è il caso dei sistemi repressivi). Quest’ultima è una delle condizioni prevalenti dello scatenarsi di guerre civili nei paesi in cui più debole è l’esperienza democratica e in cui predomina un distacco fra la popolazione e lo Stato. Obiettivo delle guerre civili è, in genere, il conseguimento del potere o il mutamento di un sistema di governo e/o della regolamentazione del sistema sociale. Questi traguardi possono essere ottenuti in vari modi:

attraverso la rimozione dell’elemento rappresentativo e/o dell’organizzazione politica che detiene il potere (obiettivo delle guerre rivoluzionarie;

attraverso l’annientamento politico, economico e/o fisico della fazione o del gruppo individuato quale nemico (fenomeni di pulizia e stupro etnico sono ascrivibili a questa categoria);

attraverso la destabilizzazione dei rapporti sociali e politici interni o internazionali (ad esempio per mezzo di atti di resistenza, attiva o passiva, e di terrorismo). Le guerra rivoluzionarie, pur potendo anche assumere una valenza internazionale, nascono prevalentemente dal dissenso nei confronti di un sistema interno di distribuzione del potere.

Quando un soggetto giuridico internazionale ne aggredisce un altro, nella convinzione che questo possa essere assoggettato per il suo inferiore grado di civiltà, o per la minore capacità di gestione degli affari politici ed economici, o ancora per la disparità tecnica tra gli armamenti contrapposti, si avranno tutte le condizioni per una guerra coloniale. Ma quanto all’ultimo punto, come hanno dimostrato la sconfitta delle forze britanniche contro gli Zulu ad Isandlwana in Sudafrica (1879) o la disfatta di Adua in Etiopia (1896) dove contro le forze di Menelik naufragarono le mire imperialistiche italiane, la presunzione di superiorità non si tramuta automaticamente in successo. Aldilà del prestigio politico internazionale, o dello sfogo di crisi politico-economiche interne (quale fu il caso dell’aggressione Giapponese contro la Cina nel 1937), scopo delle guerre coloniali è stato quello di garantirsi una serie di risultati economici:
il controllo di più spedite vie d’accesso a mercati stranieri: si pensi, ad es., al controllo del Mar Rosso, via d’accesso ai mercati asiatici, esercitato in primis dall’Inghilterra;
il possesso di terra per le colonie di popolamento: è stato il caso delle guerre condotte contro gli Indiani d’America o di quelle sulla “frontiera orientale” combattute in Africa australe nel corso del XIX secolo;
l’ottenimento di manodopera o di materie prime da rielaborarsi in patria a basso costo o, comunque, di risorse: nel primo caso si può pensare all’occupazione britannica dell’India e dell’Africa occidentale da parte francese e britannica; nel secondo il caso più recente è l’aggressione irakena al Kuwait nel 1991.

Caratteristica comune del colonialismo del XIX e del XX secolo è stata la coscrizione di milizie locali al servizio delle potenze coloniali, per il controllo del territorio e per un loro reimpiego sui campi di altre guerre coloniali e non. All’insegna dello sfruttamento umano, i prigionieri di guerra sono stati inoltre impiegati per la costruzione di strade, di ferrovie e di varie infrastrutture nelle colonie. All’imposta presenza straniera ed ai suoi eserciti si sono opposte ovunque diverse forme di resistenza. Il colonialismo ha esperito forme di resistenza, tanto nella forma attiva, culminata in più di una guerra di resistenza, che nella forma passiva, come nella satyagraha, la pratica della non violenza opposta dal mahatma Gandhi, dapprima nell’Unione sudafricana e, quindi, in India. Le guerre di resistenza hanno per lo più una matrice popolare: si pensi all’insurrezione anti-spagnola capeggiata da Padre Hidalgo in Messico (1810-11); esse hanno anche assunto forma di guerre sante, come le campagne militari condotte da Al-Hajj Umar (1857-59) contro i francesi, in Africa occidentale, o quelle lanciate dal mahdi Muhammad Ahmad Ibn ‘Abd Allah contro le truppe anglo-egiziane in Sudan (1883); altre ancora sono state guerre di difesa da parte di entità territoriali minacciate, com’è stato il caso dell’Impero di Samori in Africa occidentale, ancora in opposizione ai francesi (1891). Per rimanere all’esempio africano, gli studiosi hanno interpretato molte forme di conflitto di cui sono state protagoniste le masse contro l’autorità coloniale, per lo più abortite, come una reazione a una presenza allogena, ossia come forme di resistenza all’imperialismo. Tale tendenza storiografica, tuttavia, si è affermata solo in tempi recenti, quando, nell’analizzare le proteste emergenti nel mondo pre-capitalista delle colonie – agrario, minerario e in misura minore industriale – sono stati valutati appieno fattori discriminanti per la definizione di quei conflitti come guerre di resistenza: gli interessi lesi che hanno scatenato tali reazioni, il contesto aggravante delle economie d’esportazione, il ruolo delle élites intellettuali e politiche, i rapporti di collaborazione tra autorità e sfidanti, le situazioni conflittuali contestuali, il discriminante dato dal livello di coscienza politica e di coesione fra le fila di quanti si sono ribellati. È tra gli anni ‘60 e i ’70, e inizialmente soltanto nell’ambito degli studi sulla liberazione delle colonie portoghesi, che si è radicata quella corrente storiografica africanista che mira alla ricerca di una continuità fra la cosiddetta resistenza primaria alla penetrazione occidentale ed i movimenti rivoluzionari di guerriglia che caratterizzano la seconda fase della decolonizzazione africana. La nuova attitudine interpretativa si è poi allargata a tutto il continente africano, con non trascurabili vantaggi ermeneutici:
ha stimolato lo studio delle forme di amministrazione politica precoloniale in Africa,
ha rivalutato le lotte di resistenza islamica opposte alla penetrazione francese, inglese e, più tardi, italiana, in Libia: proprio a queste lotte, infatti, le più moderne rivolte per l’indipendenza si sono richiamate;
ha finalmente messo in luce il ruolo della stratificazione sociale africana, nonché della formazione e dell’evoluzione della classe contadina e del suo livello di interazione con le altre classi sociali africane e con gli intellettuali, che si sono fatti interpreti delle rivendicazioni indipendentiste.

Soprattutto nei paesi in cui più debole è la tradizione democratica, il XX secolo ha sviluppato una serie di modalità di guerra, tali da mettere seriamente alla prova la definizione tradizionale. Quest’ultima pone l’accento sull’aspetto giuridico dello stato di guerra. Rispetto a tale definizione:
un conflitto bellico è regolato da norme,
le parti sono soggetti di diritto internazionale,
almeno una è costituita da un governo, ossia da un organo giuridico dello stato, dotato del potere riconosciuto di mantenere legge e ordine su un certo territorio; di proteggere la propria sovranità, nonché l’integrità territoriale rispetto all’esterno o l’estensione della propria autorità su tutto il territorio rispetto a gruppi dissidenti interni. Tutto ciò avviene attraverso l’esercizio del monopolio della violenza.

È basandosi su questo assunto che la definizione tradizionale non ammette che una ribellione o una rivoluzione possano rientrare nell’accezione giuridica di guerra. Questa infatti prevede che soltanto gli eserciti regolari – vale a dire entità collettive individuabili ed organizzate, che rispondono ai rispettivi governi della difesa degli obiettivi perseguiti nel conflitto armato – siano legittimi strumenti di guerra. Tuttavia, i conflitti bellici seguiti alla guerra fredda hanno indotto a un radicale cambiamento di tali rigide prospettive, per i seguenti motivi:
si sono progressivamente svuotati di legittimità gli elementi che concorrono alla definizione tradizionale di guerra, essendo progressivamente declinato l’aspetto giuridico nella sua funzione regolamentatrice del contatto violento e armato;
il fenomeno della privatizzazione della guerra ha prodotto conseguenze sia nei soggetti non internazionalmente riconosciuti (spesso organizzazioni criminali), sia negli eserciti regolari. Questi ultimi, si può dire, sono oggi decaduti. Nei paesi meno avanzati ciò avviene per le difficoltà di sostentamento, per gli alti costi dell’addestramento o per la scarsa fiducia da parte delle élites politiche verso le forze militari organizzate. Ciò significa che il monopolio della violenza passa dallo stato ad unità combattenti, ossia a gruppi paramilitari, unità di autodifesa o mercenari forniti da “agenzie di sicurezza” la cui sede centrale, generalmente, è ubicata all’estero;
la guerra fredda ha dimostrato che lo sfogo in uno scontro armato non è una condizione non sufficiente a determinare uno stato di guerra. Uno degli effetti meno controllabili di questa situazione attiene alla legittimità ed alla credibilità politica degli interlocutori nelle negoziazioni di pace, come i casi della ex-Jugoslavia e della Somalia hanno ampiamente dimostrato.

Negli anni ‘90, escludendo la crisi del Golfo (1990-91), pochissime guerre hanno opposto due o più stati. Ora le guerre, specie nei paesi democraticamente meno avanzati, sembrano giocarsi per la maggior parte sul fronte interno, anche se interessi più vasti e trasversali fanno sì che molti ne siano gli attori occulti. La dinamica di questi conflitti è quasi sempre la stessa:
un governo autoritario, che controlla le forze di sicurezza e impedisce l'accesso democratico al potere,
viene contrastato da gruppi di oppositori che ricorrono alle armi.
Con sempre maggior frequenza, poi, gruppi criminali si mascherano di una valenza etnico-politica, facendo leva su sentimenti etno-centristi presenti in alcuni strati della popolazione, per sfidare il potere, sostituirglisi e conquistare il monopolio della violenza. Il potere reagisce inasprendo la repressione e spesso armando milizie paramilitari, creando così una situazione di destabilizzazione in un clima di crescente insicurezza interna, che grava sulle già difficili condizioni in cui versa la popolazione. Ciò favorisce lo scoppio di scontri sporadici dalle conseguenze permanenti, di cui non di rado sono vittime i civili. Si tratta dei cosiddetti crimini contro l’umanità, perpetrati, spesso, tanto dalle legittime forze armate che da unità combattenti irregolari. Durante la guerra la popolazione è vessata da coscrizioni e sistemi repressivi o, più sovente, da povertà e carenza di mezzi, spesso conseguenza diretta di embarghi internazionali o della rottura di patti/accordi internazionali, o ancora della disfunzionalità della vita sociale che provoca tensioni nell’opinione pubblica e un sensibile aumento della criminalità.

Le “nuove guerre” escono dagli schemi della guerra convenzionale e assumendo caratteristiche inedite.
La guerra globalizzata: si caratterizza per un crescente fenomeno di privatizzazione degli eserciti e per una economia di finanziamento basata su reti transnazionali. Una chiave di lettura plausibile interpreta la guerra globalizzata quale risultato del superamento della distinzione tra rivoluzione e guerra, ovvero tra conflitti interni tra massa ed élite e conflitti internazionali. Oggi infatti, le élites non sono altro che le classi beneficiate dall’ordine economico mondiale, a scapito della maggioranza della popolazione mondiale. Questa tendenza interpretativa sembra, tra l’altro, rispecchiare la teoria maoista del superamento della lotta di classe delle barriere nazionali: si tratta, questa, di un’ideologia che tanta parte ha giocato nelle rivoluzioni che hanno accompagnato la lotta armata anticoloniale.
La guerra informale: si è verificato un progressivo crollo della legittimità del conflitto armato. Esso consegue soprattutto dalla condivisione delle strategie dell’economia di guerra fra ribelli e stato, che si gioca oggi sul controllo delle aree ricche di risorse naturali e sull’intreccio dei circuiti del commercio parallelo o illegale con relazioni politiche, statali, interregionali ed internazionali (si pensi alla guerra in Angola). Questi aspetti sono parte del più ampio fenomeno conosciuto ormai col nome di criminalizzazione dello stato.

Costruite sul dissolvimento dell’economia politica formale a tutto vantaggio di quella informale, le “nuove guerre” si alimentano dunque grazie alla rete di traffici illegali che ne diventano canale e, a loro volta, focolaio. Ma laddove maggiore è la destabilizzazione, non solo gli attori si moltiplicano: spesso anche le organizzazioni internazionali governative e le organizzazioni non governative, presenti per soccorrere la popolazione civile, si trovano coinvolte in quelle dinamiche. Tra i numerosi studi, quelli recenti di M. Duffield sull’esperienza delle organizzazioni umanitarie in Sudan hanno dimostrato ampiamente che nuove risorse, attratte dalla situazione di guerra – e non ultimi gli aiuti internazionali – diventano un movente valido per un’escalation militare, sia per i governi che per i ribelli. La fame, non di rado, viene “indotta” a questo scopo. Oggi soltanto un invasivo intervento di pacificazione dall’esterno sembra poter arginare la gravità di una situazione di guerra maturata con le condizioni appena esposte. Quest’ultima, lasciata degenerare, si può aggravare ulteriormente con il dramma dei rifugiati, una delle conseguenze belliche che più pesantemente ha caratterizzato il XX secolo. Ma la decisione di quando tale intervento sia opportuno, e a quali condizioni, è palesemente ancora appannaggio del cosiddetto “Nord” del mondo.

In modo crescente, i dibattiti attuali si occupano delle guerre in prospettiva etica. Uno dei concetti di rilievo emersi da tali dibattiti, in tema di liceità della guerra, è quello di guerra giusta, conosciuto più spesso nelle terminologie latina ed inglese di bellum iustum o just war. Tale concetto - introdotto dal filosofo Tommaso d’Aquino (1225-1274) - ammette tre condizioni a giustificazione del ricorso alla guerra:
che sia mossa da una legittima autorità costituita;
che sia stata scatenata da giusto motivo;
che suo fine sia l’intento di estirpare la causa del male.

Oggi si assiste ad un’apertura sempre maggiore dell’accezione di guerra giusta, ispirata a principi di etica universale:
il riconoscimento di legittimità alle guerra di liberazione;
il crescente ruolo del consenso internazionale, garantito dall’introduzione di meccanismi quali le Organizzazioni internazionali sovra-nazionali (ONU e relative agenzie, NATO, OUA etc.). Le organizzazioni internazionali benché indebolite dopo la seconda guerra Guerra del Golfo unilateralmente volula dagli Stati Uniti hanno comunque un loro ruolo e vi è un mutato atteggiamento del diritto nei confronti della guerra (jus contra bellum);
l’aumentato ricorso a commissioni per l’accertamento della verità e per la riconciliazione sul fronte interno dei singoli stati belligeranti, nel caso di guerre civili;
l’impiego di eserciti internazionali che, tramite la dissuasione, tra “intervento umanitario” ed “intervento autoritativo” , impongono uno stato di pace;
l’evoluzione delle tattiche di guerra odierne e il progresso tecnologico in fatto di armamenti.

Da molto tempo la guerra è oggetto di studio, ma solo da poco tempo gli scienziati sociali se ne occupano sistematicamente per rendere il fenomeno "conoscibile". Sono state molte le definizioni del concetto di guerra, fra le quali, le più note si ispirano al diritto. Per esempio, gli internazionalisti hanno ricercato i criteri in base ai quali è possibile distinguere lo stato di guerra da quello di pace, per poter applicare poi le norme del diritto bellico. Dal punto di vista sostanziale, Q. Wright definisce la guerra come un violento "contatto di entità distinte, ma simili". Ovviamente tale definizione è sottoponibile a due critiche: per prima cosa non descrive esaurientemente il concetto di guerra; inoltre non tutto ciò che comprende è catalogabile come guerra. Successivamente si è insistito molto sul fatto che la guerra si realizza mediante la forza armata; questo ha ridotto i casi configurabili come guerra, ma è anche vero che esistono guerre economiche, psicologiche e di altro tipo. Tuttavia le norme del diritto bellico sono applicabili soltanto al fenomeno di guerra inteso come scontro armato. Tutto ciò ci spinge a dire che il confine tra guerra e pace è molto vago: di ciò si sono resi conto gli scrittori e gli scienziati che si sono occupati di tale argomento. Così Von Clausewitz ha sostenuto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Essa è caratterizzata da tre tendenze:
VIOLENZA (cieco istinto),
GIOCO DELLE PROBABILITA' (libera attività dell'animo),
NATURA subordinata dello strumento politico (pura e semplice ragione).

La guerra è quindi certamente violenza ma, avendo un esito spesso imprevedibile, conclude Von Clausewitz, è calcolo razionale. Altri ancora hanno individuato la sostanza della guerra nel grado di ostilità psicologica che la caratterizza. Così, per Hobbes, la guerra non consiste soltanto nello scontro, ma anche nella cosciente disposizione dell'uomo ad essa (l'uomo è malvagio ed egoista per natura). Per Boutoul sono tre i caratteri distintivi della guerra:
è un fenomeno collettivo,
è lotta armata,
ha carattere giuridico.

I criteri in base ai quali il concetto di guerra può essere scomposto sono molti. Ad esempio, con riferimento ai gruppi di lotta, si parla di guerra internazionale se condotta fra più stati, interna o civile se condotta fra cittadini di uno stesso stato, coloniale se i gruppi contendenti sono popoli di civiltà diverse, una delle quali è considerata inferiore all'altra. Per quanto riguarda l'intenzione o la psicologia, la guerra si divide in offensiva, difensiva, preventiva, il cui significato è ricavabile dall'analisi dei termini stessi. Inoltre, con riferimento alle armi utilizzate, si parla di guerre convenzionali o nucleari. Infine, seguendo le finalità perseguite la guerra si divide in dinastica, di conquista, di liberazione, di religione, di rivoluzione, di difesa; generalizzando si possono formare due grandi categorie: guerra limitata oppure totale. Una particolare considerazione merita la guerra come strumento politico. La politica, definita come "intelligenza dello stato personificato", si avvale di due strumenti: la diplomazia e la guerra. Ma se i mezzi sono differenti, unico è il disegno che guida all'azione. La diplomazia si ritira allorché i suoi obbiettivi sono raggiungibili solo attraverso lo scontro armato, pronta a far sentire nuovamente il suo peso non appena ciò sia considerato possibile. Il fine, insomma non dovrebbe mai essere l'annullamento totale del contendente, ma la modifica di certe sue motivazioni.

Le cause della guerra


Lo studio accurato di un gran numero di guerre ha portato a concludere che le cause dei conflitti sono raggruppabili generalmente in cinque categorie:

cause ideologiche,
cause economiche,
cause psicologiche,
cause politiche,
cause giuridiche.

Inoltre si possono riconoscere tre distinti livelli di indagine: il livello individuale, quello di gruppo, e quello di un sistema di gruppi (internazionale). A livello individuale si riscontrano le motivazioni coscienti e quelle inconsce. Per quanto riguarda le prime, è sufficiente affermare che le guerre presuppongono sempre un'organizzazione; la decisione di intraprendere una guerra precede di molto lo scoppio delle ostilità. In riferimento alle seconde, invece, sono state compiute delle ricerche in campo psicoanalitico, che ipotizzano l'esistenza di una tendenza all'aggressività innata e naturale nell'uomo. Alcuni altri filosofi pensano che la guerra possa derivare da un fattore ludico: essi affermano che nelle popolazioni primitive la guerra era vissuta come un mito misterioso, rappresentava l'eterno destino della vita e della morte. In questo senso la guerra si avvicinava alla cosiddetta follia, o addirittura al suicidio, essendo tutte forme di violenza in cui si manifesta l'irrazionale, che spesso è identificato con il sacro e contrapposto alla tranquillità del profano. A livello di gruppo (stato), devono essere presi in considerazione sub-sistemi quali quello governativo, burocratico, legislativo, economico, i gruppi di pressione e sicuramente la natura stessa dello stato (caratteri nazionali, culturali, geografici, etc.). Per quanto riguarda il terzo livello (sistema di gruppi), le analisi ipotizzano che la politica estera degli stati venga influenzata maggiormente dalle situazioni esterne. Ciò viene dimostrato ricorrendo al cosiddetto principio di omeostasi, in base al quale ogni sistema ha la tendenza all'autoconservazione; la guerra viene quindi spiegata in termini di mantenimento dell'equilibrio (balance of power).

Alcuni filosofi dell'antichità hanno riconosciuto alla guerra un valore cosmico, una funzione dominante nell'economia dell'universo. Così fece Eraclito che chiamò la guerra "madre e regina di tutte le cose". E così pure Empedocle affermò che accanto all'amicizia (o amore) come forza che unisce gli elementi costitutivi del mondo ci sono l'odio e la discordia che tendono a disunirli. Altri filosofi, come Hobbes, hanno affermato che lo stato di guerra è lo stato naturale dell'umanità, nel senso che è quello al quale essa sarebbe ridotta senza le regole del diritto o dal quale cerca di uscire mediante queste regole. Filosofo sostenitore della guerra per eccellenza è Hegel, che considerò il conflitto in generale come una specie di "giudizio di Dio", del quale la Provvidenza si serve per far trionfare l’incarnazione migliore dello Spirito del mondo. Egli afferma infatti: "Come il vento preserva il mare dalla putrefazione nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole, così vi ridurrebbe i popoli una pace durevole, anzi perpetua". Dall’altro lato ritiene che, nel piano provvidenziale della storia, un popolo succeda ad un altro nell’incarnare e manifestare lo Spirito del mondo, dominando, in nome di questa superiorità tutti gli altri popoli. La guerra può essere un episodio di questo avvicendamento, di questo giudizio di Dio pronunciato dallo Spirito. "Di solito", dice Hegel, "è collegata con ciò una forza esterna che con violenza spossessa il popolo perdente dalla propria posizione di dominio e fa sì che cessi di essere il primo. Questa forza esteriore appartiene però soltanto al fenomeno: non esiste forza interna o esterna che possa distruggere lo Spirito del popolo, se questo non è già in sé estinto". Queste affermazioni equivalgono alla giustificazione di qualsiasi guerra vittoriosa, che, come tale rientrerebbe nel piano della Ragione. Esse costituiscono una mostruosità filosofica, alla quale, comunque si possono contrapporre le opere di tutti i filosofi che si sono occupati dello studio della pace intesa come l’unica situazione in cui l’uomo può essere felice.

Forze armate


Gli eserciti sono organi dello Stato, suddivisi secondo i differenti corpi, quali entità collettive individuabili, organizzate e riconosciute come legittimi strumenti di guerra. Essi rispondono ai rispettivi governi nella difesa degli obiettivi perseguiti in tempo di pace e in tempo di guerra:
difesa del territorio nazionale,
difesa dei cittadini,
difesa degli interessi e degli obiettivi politici internazionali condivisi e sottoscritti dal Governo, tanto in forme di alleanze internazionali che di trattati bi- e multi-laterali. In tal senso, le forze multinazionali di pace, rientrano nel quadro delle forze armate legittime, in quanto trovano legittimità negli accordi multi-laterali e nelle Associazioni riconosciute fra Stati.

In passato, in caso di conflitto, a norma del diritto internazionale e delle convenzioni siglate fra gli stati in materia (in primis, le Convenzioni di Ginevra degli anni 1864, 1868, 1906, 1929 e 1949), solo gli eserciti regolari erano riconosciuti quali titolari dei diritti e dei privilegi generalmente accordati ai belligeranti. Oggi, come vedremo, si è propensi ad accogliere eccezioni. 4. Forze armate nei Paesi non-Occidentali. La tradizione militare nella maggior parte dei Paesi non-Occidentali ha radici nel periodo coloniale. In taluni casi, la tradizione militare di guerriglia, coltivata per necessità da alcune comunità locali è stata opportunamente sfruttata con la costituzione di corpi armati specializzati in seno alle truppe coloniali, di cui esistono molti esempi:
i tirailleurs senegalesi, parte integrante dell’esercito francese;
i Gurkha (genti Rajput insediate in Nepal) ampiamente impiegati dall’esercito britannico;
il Battaglione 31 dei San (boscimani) Xu, impiegati dalle forze armate del Sudafrica (SADF) e che ha affiancato il Koevoet in tante azioni contro l’Angola e le basi SWAPO;
i Kamajor, uomini di lingua mande della Sierra Leone, reclutati dalla Executive outcomes, una compagnia di sicurezza privata sudafricana che, per incarico del governo della Sierra Leone, ne ha fatto la guardia presidenziale.

Ma, quelle appena esposte, sono pur sempre eccezioni: per lo più, le amministrazioni coloniali hanno scelto di attingere alle regioni meno avvantaggiate dei loro territori, per la formazione dei civil servants e dei quadri militari. Infatti, seppure le aree avvantaggiate disponessero di forze guerriere forti di una notevole tradizione di caccia e difesa, si è fatto presto evidente come il potere coloniale non se ne potesse servire in modo diretto – anzi, se ne dovesse ben guardare. Ciò fu compiuto assicurando appannaggi e ruoli nelle amministrazioni coloniali alle gerarchie tradizionali che avevano il controllo di queste forze, al fine di neutralizzarle. Diverse sono le conseguenze prodotte da questo mancato inquadramento negli eserciti nazionali delle forze guerriere tradizionali:
un ulteriore elemento di sconvolgimento nelle strutture di potere pre-coloniali, che è sopravvissuto ai processi di decolonizzazione e ha provocato un’ulteriore polarizzazione dei conflitti all’interno delle stesse nazioni. Tali conflitti hanno assunto spesso caratteristiche etniciste;
per favorire la formazione di quadri militari e per le forniture di armi, in periodo post-coloniale sono stati conservati stretti rapporti preferenziali (vedi neocolonialismo) con le ex-potenze coloniali. Tali rapporti si sono spesso tramutati in un intervento e un sostegno militare, palese o occulto, comunque determinante in tempo di crisi;
determinanti sono stati i nuovi rapporti internazionali istituiti dalle ex-colonie nel corso della guerra fredda, con riferimento ai poli (e alla relativa sfera di influenza) americano, russo, dell’Europa dell’Est e cinese. Ciò, naturalmente, a seconda degli orientamenti prescelti dai singoli Paesi o dell’adesione al movimento dei Paesi non-allineati.

Nel corso dei conflitti seguiti alla Guerra fredda, si è assistito, da parte di molti soggetti di diritto della comunità internazionale, alla concessione di sostegno materiale a movimenti di liberazione nazionale attivi in Africa, Asia ed America Latina. Con ciò, di conseguenza, si è realizzato un progressivo ampliamento del concetto di legittimità: esso oggi si fonda più sul diritto di autodeterminazione dei popoli che sulla sovranità territoriale. Infatti, nonostante quest’ultima sia un elemento che qualifica il soggetto internazionale, in questo caso assume eccezionalmente un ruolo di secondo piano, ridotto per lo più ad una mera aspirazione del movimento che agisce in rappresentanza di un popolo. Durante le Conferenze Diplomatiche di Ginevra sul Diritto Internazionale applicabile ai conflitti (1974 e 1977), grazie alle mozioni di alcuni Paesi socialisti e alcuni tra i Paesi meno avanzati, si arrivò alla redazione di due Protocolli assai importanti, che sancivano le seguenti risoluzioni:
la lotta da parte di movimenti di liberazione in conflitto con Stati coloniali, razzisti o occupanti era riconosciuta quale conflitto armato internazionale;
nell’ambito di un conflitto interno, il controllo effettivo su una certa porzione del territorio dello Stato da parte di guerriglieri insorti doveva essere valutato come una condizione necessaria alla loro legittimazione come soggetti del diritto internazionale.

Su queste basi, anche i movimenti di liberazione nazionale impegnati in lotte armate e i gruppi organizzati ed armati di insorti possono venire considerati alla stregua di eserciti. Le riserve che furono sollevate in occasione della discussione relativa al secondo protocollo, si rivelano oggi attualissime, a un semplice raffronto dell’epoca in cui tale decisione fu adottata (anni ’70) ed il presente. Oggi infatti, dietro a fronti rivoluzionari armati, si nascondono spesso organizzazioni criminali che prendono possesso di un determinato territorio onde assicurarsi una base sicura per i propri traffici. Spesso i guerriglieri si procurano armi con mezzi illegali e, non di rado, esercitano gravi violazioni dei diritti umani, disseminando terrore nei territori conquistati ed accanendosi sulla popolazione civile. Nel far ciò, adottano una strategia illegale ed esecrabile, che fa uso anche del terrorismo, seppure atta – e questa è la contraddizione – al perseguimento degli obiettivi di una “guerra giusta”, riconosciuti come legittimi.

In tutto ciò, non è raro che in taluni conflitti vengano reclutati con la forza un gran numero di bambini, come schiavi e “strumenti di guerra”, anche in supporto agli eserciti regolari. La piaga dei bambini soldato, ampiamente sfruttati soprattutto in Uganda, Angola, Sierra Leone e Filippine, viene oggi combattuta dalla Coalition to Stop the Use of Child Soldiers . Secondo gli ultimi dati di questa organizzazione, sono stati reclutati almeno 300.000 combattenti al di sotto dei 18 anni di età (120.000 dei quali in Africa). Inoltre, a tutt’oggi, pur rimanendo in vigore la Convenzione delle Nazioni Unite dei Diritti del Bambino (1989), che fissa a 15 l’età minima per il reclutamento, sono scarsissimi i risultati ottenuti dalla ratifica di documenti quali l’African Charter on the Rights and Welfare of the Child (1992) o la Maputo-Declaration siglata in occasione dell’African Conference on the Use of Children as Soldiers (1999). Spesso, questi accordi non vengono sottoscritti proprio dalle nazioni che fanno largo uso di bambini-soldato e, come emerge, ad esempio, dalle prove che si stanno raccogliendo riguardo i contingenti multinazionali impegnati nella Repubblica Democratica del Congo, sono disattesi dagli stessi firmatari.

Una delle caratteristiche delle “nuove guerre” consiste nella loro privatizzazione, che spesso prevede l’assunzione di ben equipaggiati contingenti di mercenari. Si tratta di professionisti della guerra, spesso organizzati in compagnie di sicurezza privata: un esempio già citato sono i Gurkha del colonnello MacKenzie, ucciso in Sierra Leone, famosa è anche la compagnia sudafricana Executive outcomes, diretta da E. Barlow, istituita dopo lo smantellamento delle forze speciali sudafricane del Koevoet e fornitrice di mercenari ai governi di Angola e Sierra Leone. Ma oggi i mercenari possono essere anche inquadrati in grosse compagnie internazionali, come la Sandline international, diretta a Londra da T. Spicer. Si tratta di società dotate di enormi disponibilità di mezzi, specializzate nel rifornire armamenti, mercenari ed addestramento militare ai loro clienti, spesso in cambio di sostanziose compartecipazioni – palesi o occulte – nello sfruttamento di materie prime. Altrettanto spesso queste organizzazioni paramilitari riescono a rompere embarghi internazionali e a imbastire enormi traffici illegali. Riconosciute a livello internazionale, i loro nomi sono emersi in settori cruciali di opposizione a gruppi ribelli o nel ripristino della legittimità di governi in esilio, dall’Africa all’Asia, dall’America Latina ai Balcani. Appannaggio esclusivo delle guerre africane nel periodo della Guerra fredda, l’ingaggio di queste società si è diffuso a macchia d’olio in ogni dove. Di quando in quando ha gravi scandali: l’ingaggio della Sandline nel ‘97 da parte del governo papua (Nuova Guinea), ad esempio, ha irritato l'esercito di questo Stato, provocando un golpe; gli accadimenti in Sierra Leone, poi, col diretto coinvolgimento della Gran Bretagna, hanno portato alla ribalta dell’attenzione mondiale il trend delle nuove guerre. Sempre più spesso le potenze del globo riservano ai propri eserciti azioni di peacemaking, dall’alto profilo morale, mentre non disdegnano di relegare a quelle agenzie il lavoro sporco. Recenti articoli sulla stampa internazionale, poi, denunciano la presenza di tali compagnie addirittura nelle riunioni pubbliche delle Nazioni Unite, in qualità di osservatrici, e denunciano connivenze con appaltatori privati ed agenzie governative di vari paesi.

Guerra rivoluzionaria


La guerra rivoluzionaria costituisce la fase attiva all’interno una rivoluzione politica. Essa si basa generalmente su tecniche di guerriglia, ovvero sull’impiego di unità combattenti mobili che basano la loro strategia sull’effetto sorpresa e sulla rapidità di spostamento, anziché sull’accentramento in luoghi strategici. Come accennato a proposito delle “nuove guerre”, nelle strategie di guerriglia (che ne sono divenute un esempio emblematico) si sono manifestati profondi cambiamenti negli ultimi anni. In effetti, fino a poco tempo fa, nel nome della guerra del popolo, le unità combattenti si spargevano sul territorio che intendevano controllare, mirando al sostegno della popolazione per attrarre consenso all’ideologia rivoluzionaria e garantirsi approvvigionamenti e forniture militari tramite il contrabbando, nonché il ricambio in seno alle unità di guerriglia stesse. Le recenti esperienze in Sierra Leone o in Angola hanno però dimostrato come, al contrario, i cosiddetti fronti rivoluzionari, anziché instaurare un rapporto di collaborazione con la popolazione rurale, adottino piuttosto un regime del terrore, depredando città e villaggi, requisendo le risorse alla fonte e reclutando schiavi (soprattutto bambini) che in un secondo tempo divengono guerriglieri. Bisogna infine aggiungere che la forma di combattimento della guerriglia viene adottata oggi anche da unità combattenti regolari, anche impiegate per operazioni di peacekeeping.
 


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