Guerra fredda

Tags:  

Per guerra fredda si intende una forma di conflitto basata sulla teoria della dissuasione e della deterrenza. Essa è imperniata su una modalità psicologica che, peraltro, può essere esperita in qualsiasi tipo di conflitto, in cui un attore opponga una seria minaccia alla possibilità della controparte di fare, o non fare, una determinata azione. Si parla di “guerra dei nervi” quando tale minaccia, pur non sfociando in una guerra, appaia particolarmente grave o incomba per un lungo periodo. Sviluppatasi tra il 1949 e gli anni ‘80, la modalità bellica della guerra fredda ha favorito una psicosi permanente della guerra, associata alla minaccia nucleare, seguita all’annuncio nel 1949 del possesso della bomba atomica da parte delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Tale minaccia ha indotto il cosiddetto “equilibrio del terrore”: URSS e Stati Uniti erano impegnate a mantenere uno stato di parità tra i rispettivi armamenti nucleari, di modo da evitare la prima mossa, che peraltro non era ritenuta sufficiente ad inibire una reazione devastante e definitiva alla controparte. Era questa la teoria politica della dissuasione termonucleare dell’amministrazione Eisenhower (1953), basata sulla minaccia di realizzare una rappresaglia massiccia (massive retaliation) all’eventuale “prima mossa” dell’avversario. La concretezza di tale minaccia costituiva l’azione preventiva (deterrent) ritenuta sufficiente ad inibire quella fatidica prima mossa. Storicamente, si usa dividere la guerra fredda in due periodi:
Nella prima fase (1949-1974), nella scia della teoria della dissuasione, si crearono le condizioni necessarie alla costruzione dei blocchi, ossia di quella logica di alleanze, nota col nome di allineamento, che progressivamente permise alle due superpotenze di giostrare gli equilibri delineatisi alla fine del secondo conflitto mondiale. Non solo: USA ed URSS approfondirono ulteriormente la loro influenza - diretta o indiretta, manifesta, ma più spesso occulta - nelle politiche interne ed estere dei paesi alleati, spingendosi soprattutto nel controllo degli alleati potenziali, ossia i paesi in fase di decolonizzazione. Con ciò si originarono i fenomeni d’adesione del bipolarismo e di reazione del non-allineamento. Le due superpotenze crearono così i rispettivi imperi, coinvolgendo i paesi dell’est europeo, dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e non ammettendo mutua ingerenza in essi.
Nella seconda fase (1975-1989), consolidatisi i blocchi, le due superpotenze ne inasprirono la difesa, attraverso strategie di destabilizzazione che, non di rado, esportarono nei paesi extra-europei i dissidi tra o in seno alle potenze, per distrarre l’attenzione internazionale dai rispettivi problemi interni. Le conseguenze politiche e sociali di queste politiche furono incalcolabili sui fragili equilibri dei paesi coinvolti.

I mezzi impiegati per combattere la guerra fredda sono stati, dunque, i servizi segreti, la deterrenza nucleare, sul più vasto fronte internazionale, la guerra di destabilizzazione a sostegno di regimi repressivi, anche di stampo dittatoriale. Agli interventi bellici diretti sul fronte asiatico (Corea e Vietnam), si potrebbe affiancare la pesante ingerenza delle agenzie statunitensi nell’America Latina, ma soprattutto i casi eclatanti degli interventi occulti nella strategia di destabilizzazione che ha interessato l’Africa australe. L’apice di questa strategia è stato toccato nella seconda fase della guerra fredda:
il Sudafrica, appoggiato dagli Stati Uniti, oppose un “cordone sanitario” contro gli stati indipendenti a maggioranza nera della regione australe.
In risposta, Tanzania, Zambia e Botswana, prima, e Mozambico ed Angola, poi (dopo l’indipendenza dal Portogallo occorsa nel ’74), si costituirono quali “Stati della Linea del Fronte”: un fronte comune, appunto, contro i regimi bianchi di Sudafrica, Rhodesia, Africa del Sud Ovest (poi Namibia), Angola e Mozambico, per assicurare il potere politico alla maggioranza di colore.

Si può ben dire che negli anni ’70 la Guerra Fredda aveva fatto dell’Africa il suo campo di battaglia:
Russia e paesi “satelliti” si erano attivati nel Corno d’Africa ed in Africa australe;
distaccamenti dell’esercito cubano facevano ingresso in Mozambico, Congo, Tanzania, Sierra Leone, Angola ed Etiopia, in applicazione dell’ideologia terzomondista di Castro che mirava a colpire i centri economicamente nevralgici dell’Occidente.

Nel lungo arco di durata della guerra fredda, non sono mancati meccanismi limitativi nel bilanciamento della forza nucleare, a partire dai trattati di non proliferazione. Nel 1971 Stati Uniti ed Unione Sovietica hanno concluso il primo dei cosiddetti Strategic Arms Limitation Talks (SALT), fissando il numero missili balistici intercontinentali (ICBM = Intercontinental Ballistic Missiles), e bloccando, l’anno seguente, lo sviluppo di contromisure rispetto agli ICBM. Altri accordi hanno proibito esperimenti con armi nucleari nelle cosiddette aree neutrali (nell’Antartico, nello spazio o nell’Oceano aperto), ma il caso della sperimentazione francese a Mururoa, nonché il possesso di ordigni atomici da parte di alcuni tra i paesi anche meno tecnologicamente avanzati, ha dimostrato quanto fosse limitata questa serie di accordi che non teneva conto della proliferazione nucleare in altri stati. 


 RSS of this page