L'espressione Guerra al terrorismo è stata usata dal
Presidente americano George W. Bush all'indomani dell'attacco terroristico alle
torri gemelle di New York dell'11 settembre 2001, percepito dalla maggioranza
dei cittadini americani come una aggressione alla loro nazione, al pari, se non
più grave, di quella di Pearl Harbor nel 1941 ad opera dei giapponesi.
Quest'ultima, infatti, fu portata contro basi militari americane situate al di
fuori del territorio americano, mentre la prima ha invece colpito direttamente
sul suolo americano degli obiettivi civili, con la sola eccezione di quella
verso il Pentagono.
L'entità delle conseguenze dell'attacco terroristico,
diverse migliaia di morti e la distruzione completa dei due grattacieli (più un
palazzo di minore altezza), hanno spinto Bush a dare seguito alle teorie
elaborate a suo tempo nel documento "A New American Century": vero e
proprio programma degli elementi conservartori che sono indicati dai media di
tutto il mondo come "neo-cons" (nuovi conservatori). Lo scopo
espresso dal Presidente era ufficialmente quello di esportare la democrazia nel
mondo intero con il ricorso non episodico anche alla guerra (considerata
l'unica arma contro il fenomeno terrorista), come gli interventi in Afghanistan
e in Iraq avrebbero dimostrato, affiancato in quest'opera da Israele con
l'avvio della secondo conflitto col Libano del 2006 che mirava ad abbattere la
potenza del partito fondamentalista sciita di Hezbollah.
Nel suo discorso tenuto sul luogo dell'attentato, pochi
giorni dopo la tragedia, lo stesso Presidente statunitense annunciava una lunga
e difficile "guerra" al terrorismo internazionale che si sarebbe
dovuta combattere per almeno 30 anni.
Le due invasioni sopracitate hanno avuto scenari diversi, in
quanto l'Afghanistan era noto quale paese ospitante le basi di al Qaeda,
considerata responsabile, secondo la
CIA, degli attacchi suicidi sul suolo americano; dunque con
una responsabilità indiretta dell'attacco stesso.
Del tutto diverso invece lo scenario per l'attacco all'Iraq.
L'Amministrazione americana all'epoca espresse la propria idea di poter perseguire
i suoi nemici armati anche attraverso una guerra preventiva. In altre parole
una trasposizione sul piano del diritto internazionale del principio militare
secondo cui "la miglior difesa è l'attacco".
Secondo le teorie sopracitate della nuova destra americana,
il terrorismo troverebbe riparo e finanziatori occulti soprattutto nei paesi
ove manca una democrazia compiuta. Alcuni Stati vicino e medio-orientali
avrebbero tollerato non solo la presenza di noti terroristi sul loro suolo ma
spesso ne avrebbero appoggiato più o meno apertamente le rivendicazioni.
Se la cosa può essere comprovata in qualche modo per
l'Afghanistan, ciò non è peraltro dimostrabile per l'Iraq che, nel settembre
2006, gli stessi USA hanno dovuto riconoscere essere stato completamente
estraneo al terrorismo internazionale nel corso della pur sanguinosa presidenza
di Saddam Hussein. La scelta di attaccare l'Iraq piuttosto che l'Iran o la Siria, altri "paesi
canaglia|, indicati quali contigui se non proprio sostenitori del terrorismo, è
stata operata quindi su supposizioni e informazioni della CIA, dimostratesi poi
assolutamente infondate.
Pur radicalmente delegittimato, l'intervento statunitense e
dei suoi alleati britannici è stato però immediatamente definito come un
lodevole sforzo per rendere in ogni caso il mondo intero migliore, anche a
costo di ridiscutere alcuni articoli delle Convenzioni di Ginevra al fine di
poter giustificare la detenzione preventiva e senza diritto di difesa dei
supposti terroristi detenuti in carceri speciali. Del pari gli USA e i loro
alleati hanno reclamato la legittimità della loro azione di prelevamento
clandestino di sospetti terroristi, con la complicità più o meno diretta dei
Paesi in cui questi ultimi risiedevano.