Si prevede che i cambiamenti climatici derivanti dell’incremento dell’effetto serra abbiano conseguenze diffuse, causando:
* Innalzamento del livello del mare e possibile inondazione delle zone basse;
* Scioglimento dei ghiacciai e del ghiaccio marino;
* Cambiamenti nei regimi pluviometrici con ripercussioni per inondazioni e siccità;
* Cambiamenti nell’incidenza degli estremi climatici, soprattutto gli estremi delle alte temperature.
Questi effetti dei cambiamenti climatici avrebbero conseguenze sugli ecosistemi, sulla salute umana, su settori economici fondamentali, come l’agricoltura, e sulle risorse idriche.
La gravità delle possibili ripercussioni è incerta, sebbene negli ultimi anni la comunità scientifica internazionale abbia fatto notevoli progressi nella comprensione dei rapporti fra, ad esempio, emissioni di gas a effetto serra, concentrazioni atmosferiche, temperatura e costi economici dei cambiamenti climatici.
Il Gruppo Intergovernativo di esperti sui cambiamenti del clima (IPCC) ha valutato le possibili conseguenze del continuo incremento, ad opera dell’uomo, delle concentrazioni dei gas a effetto serra, sulla base di una serie di ipotesi, per il periodo fino al 2100.
Tali ipotesi comprendono stime basate sull’andamento attuale fino a scenari che ipotizzano una crescita modesta e, in particolare, un passaggio consistente all’uso di fonti di energia non fossile e a forti aumenti dell’efficienza energetica.
I risultati degli studi dell’IPCC presentano dati ad ampia escursione con, ad esempio, incrementi della temperatura media globale di 1°C – 3,5°C entro il 2100. Restano incerti molti aspetti dei cambiamenti climatici, soprattutto su scala regionale e locale.
La ricerca europea ha contribuito a ridurre le incertezze, ma sono necessarie ulteriori ricerche, ad esempio per migliorare i modelli climatici su scala regionale.
Sebbene vi sia incertezza sull’entità dei cambiamenti climatici che potrebbero essere considerati sostenibili, nel complesso le conclusioni generali indicano che è essenziale un’azione politica per arginare le emissioni dei gas a effetto serra e tenere sotto controllo il riscaldamento globale. Si riconosce inoltre che è importante accertare fino a che punto l’adeguamento possa ridurre al minimo le conseguenze dannose dei cambiamenti climatici. I tempi dell’azione politica sono una questione fondamentale, poiché vi è un grande ritardo temporale tra le riduzione dell’emissione dei gas a effetto serra e la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche.
LA NORMATIVA
La “Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici”, approvata a New York il 9 maggio 1992, costituisce il primo trattato internazionale vincolante riferito specificatamente ai cambiamenti climatici.
Lo strumento attuativo della Convenzione è il Protocollo di Kyoto, che impegna i paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione a ridurre complessivamente del 5%, nel periodo 2008-2012, le emissioni dei gas serra dovute alle attività umane (anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi, esafluoruro di zolfo).
Il Protocollo di Kyoto è stato aperto alla firma il 16 marzo 1998. Entrerà in vigore il novantesimo giorno successivo alla data in cui almeno 55 Parti della Convenzione, tra le quali i paesi sviluppati le cui emissioni totali di biossido di carbonio rappresentano almeno il 55% della quantità totale emessa nel 1990 da questo gruppo di paesi, lo abbiano ratificato.
L’Unione Europea ratifica il Protocollo di Kyoto con una Decisione del Consiglio (n. 2002/358/CE) del 25 aprile 2002, impegnandosi a ridurre, nel periodo 2008-2012, le emissioni di sei gas ad effetto serra dell’8% rispetto ai livelli del 1990.
L’art. 4 del Protocollo di Kyoto riconosce all’Unione Europea la facoltà di ridistribuire tra gli Stati membri gli obiettivi ad essa imposti a condizione che la riduzione globale delle emissioni all’interno della Comunità (8%) resti invariata.
L’Italia ha a sua volta ratificato il Protocollo di Kyoto con la legge n. 120 del 1 giugno 2002, impegnandosi, applicando gli strumenti istituiti dal protocollo (joint implementation e clean development mechanism), a diminuire le proprie emissioni del 6,5%, pari a 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, rispetto ai livelli del 1990 entro il periodo compreso tra il 2008 e il 2012.
Va sottolineato che gli obiettivi di riduzione definiti dal Protocollo di Kyoto, anche se rispettati non sono sufficienti, comunque, a determinare una situazione di emissione “sostenibile”: condizione necessaria perché ciò avvenga è infatti che si possa conseguire una stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra.