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Disarmo

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L’intento dei 19 trattati siglati nel nome della non-proliferazione degli armamenti e del disarmo convenzionale e nucleare, vanno ascritti al tentativo di controllare, contenere e razionalizzare un potenziale bellico cui nessuno è disposto a rinunciare, come dimostra la continua incentivazione della liberalizzazione del mercato degli armamenti. A una liberalizzazione e privatizzazione del commercio delle armi corrisponde infatti, da parte dei Governi, un minore controllo sulla produzione, il commercio e sull’eventuale riconversione dell’industria di armi, vettori, meccanismi di puntamento ecc. Tuttavia è innegabile che una consistente fetta dei budget nazionali, un tempo investiti nei programmi di difesa, vengono oggi destinati ad operazioni di pacificazione, e non solo limitatamente al cosiddetto Primo mondo.

Per quanto attiene al disarmo nucleare, la seguente sintesi raccoglie i principali obiettivi e tappe fondamentali di questo lungo processo. Da rilevare l’eliminazione di missili a corta e media gittata in Europa (1987), il bando delle armi nucleari da tutti i campi di battaglia e dalle dotazioni della marina di superficie (1991), la riduzione degli armamenti nucleari a lungo raggio (1991 e 1993) e la fine dei test nucleari (1996). Quest’ultima, peraltro, non è stata sottoscritta da tutte le potenze nucleari. La messa al bando delle armi biologiche e batteriologiche è stata innescata da una prima rinuncia unilaterale da parte del presente americano Nixon (1969), seguita dalla Biological Weapons Convention (1972). Dopo il devastante bilancio dell’uso dei gas durante la Prima guerra mondiale, nel 1925 fu siglato un primo accordo multilaterale di rinuncia all’utilizzo bellico dei gas. Ad esso, 72 anni più tardi, seguì la firma della cosiddetta Chemical Weapons Convention. Anche questo accordo, tuttavia, non sembra aver fermato le sperimentazioni, che spesso sono innescate dal timore della rischio di una possibile guerra chimica. A dispetto della Convenzione, infatti, ogni nazione che disponga di industrie farmaceutiche e chimiche è potenziale produttrice di armi biologiche: non a caso esse vengono definite l’”atomica dei poveri”. E’ proprio nella persuasione che l’associazione di tossine, virus o gas nervini con vettori esplosivi di medio/grande potenziale potrebbe distruggere – grazie alla semplice azione del vento e a costi minimi – buona parte delle forme di vita del pianeta, si è inteso limitare con l’adozione del cosiddetto Missile Technology Control Regime (1983) il trasferimento ai Paesi meno avanzati della tecnologia missilistica. Durante la prima Guerra del Golfo, i soldati americani furono immunizzati contro l’antrace, paventando gli esperimenti irakeni. Ciò dimostra come, anche in un’ottica difensiva e animati da una sostanziale sfiducia nei confronti dell’osservazione dei trattati che mirano al bando delle armi di distruzione di massa, gli stati si sentano legittimati a proseguire nelle ricerche, se non altro per approntare antidoti efficaci.

I dati allarmanti nel settore della proliferazione delle armi leggere esortano a intraprendere azioni di contrasto nei confronti del micro-disarmo. Ciò viene fatto con cautela, ma anche con decisione, attraverso l’utilizzo di strumenti come l’embargo internazionale e azioni diplomatiche in cooperazione fra diversi stati. È evidente che i criteri di valutazione che presiedono a queste azioni sono sempre assai incerti, essendo spesso difficile distinguere tra uso legittimo e illegittimo delle armi e fra movimenti che attraverso pratiche criminali mirano ad obiettivi politici ed altri che mascherano con obiettivi politici i loro intenti criminali. Una direzione intrapresa il 14 novembre 1997 dall'Organizzazione degli stati americani (OSA) ha siglato la cosiddetta Convenzione per la prevenzione e la lotta alla produzione e alla vendita illecita di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi. In ciò è stata subito seguita anche dall’Africa occidentale: Mali in testa, otto Stati hanno proclamato, in quello stesso anno, una moratoria su importazione, esportazione e fabbricazione di armi leggere. Tale politica mira inoltre ad incentivare il controllo delle frontiere, nonché la formazione delle forze di sicurezza in un quadro di cooperazione internazionale ispirato ad un comune Programma di coordinamento e di assistenza per la sicurezza e lo sviluppo (PCASES), e sostenuto dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (PNUS). Tuttavia, l’intento di coinvolgere l’intera OUA in questa meritoria campagna è fallito. Non mancano politiche regionali in materia: ad esempio, nell’ambito del SADC (Southern Africa Development Community), il Sudafrica, per controllare in modo più rigoroso il traffico d’armi di cui è consapevolmente al centro, ha di recente concluso con il Mozambico e lo Swaziland. Quanto al programma di riscatto delle armi (pay back), incoraggiato dall’ONU, esso è apparentemente fallito nella maggior parte degli Stati che l’avevano accolto come parte integrante degli accordi di pace. Va osservato che ciò era stato fatto in mancanza di una regolamentazione internazionale che impedisse la proliferazione delle armi convenzionali, sul modello di quello in vigore per le armi nucleari. Per il momento, si dispone soltanto di un Codice di condotta internazionale sul commercio degli armamenti. Sempre nel quadro delle iniziative dell’ONU, si è giunti ad una proposta di Convenzione sulla prevenzione dell'uso indiscriminato e illegale di armi leggere: essa prevede criteri circa l'esportazione, la raccolta e la distruzione delle armi in eccedenza, mentre una iniziativa analoga è stata l’adozione dall’Unione Europea, nel giugno 1997, del Programma per la prevenzione e la lotta al traffico illecito di armi convenzionali. Difficoltà notevoli sul piano locale incontrano, invece, le proposte relative al mantenimento di un Registro internazionale dei trasferimenti delle armi convenzionali o di registri delle armi leggere da gestirsi in ambito regionale. Quanto al primo, ne esiste già uno gestito dalla Nazioni Unite, ma è assai poco efficace, poiché limita il controllo ai marchi di armi più conosciuti ed ai calibri maggiori. Va osservato inoltre che non è troppo diffusa una prassi di marchiatura delle armi al fine di stabilirne la provenienza. La campagna anti-mine ha portato centoventi paesi a sottoscrivere a Ottawa, nel dicembre 1997, una convenzione sul divieto totale delle mine antiuomo. L’iniziativa è stata coronata dall’ottenimento del Premio Nobel per la pace e fa ben sperare che un analogo movimento possa sbocciare nei confronti del traffico incontrollato delle armi leggere. 




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