Da molto tempo la guerra è oggetto di studio, ma solo da poco tempo gli
scienziati sociali se ne occupano sistematicamente per rendere il fenomeno
"conoscibile".
Sono state molte le definizioni del concetto di guerra, fra le quali, le più
note si ispirano al diritto.
Per esempio, gli internazionalisti hanno ricercato i criteri in base ai
quali è possibile distinguere lo stato di guerra da quello di pace, per poter
applicare poi le norme del diritto bellico.
Dal punto di vista sostanziale, Q. Wright definisce la guerra come un
violento "contatto di entità distinte, ma simili". Ovviamente tale
definizione è sottoponibile a due critiche: per prima cosa non descrive
esaurientemente il concetto di guerra; inoltre non tutto ciò che comprende è
catalogabile come guerra. Successivamente si è insistito molto sul fatto che la
guerra si realizza mediante la forza armata; questo ha ridotto i casi
configurabili come guerra, ma è anche vero che esistono guerre economiche,
psicologiche e di altro tipo. Tuttavia le norme del diritto bellico sono
applicabili soltanto al fenomeno di guerra inteso come scontro armato.
Tutto ciò ci spinge a dire che il confine tra guerra e pace è molto vago: di
ciò si sono resi conto gli scrittori e gli scienziati che si sono occupati di
tale argomento.
Così Von Clausewitz ha sostenuto che la guerra è la continuazione della
politica con altri mezzi. Essa è caratterizzata da tre tendenze:
1. VIOLENZA
(cieco istinto),
2. GIOCO
DELLE PROBABILITA' (libera attività dell'animo),
3. NATURA
subordinata dello strumento politico (pura e semplice ragione).
La guerra è quindi certamente violenza ma, avendo un esito spesso
imprevedibile, conclude Von Clausewitz, è calcolo razionale.
Altri ancora hanno individuato la sostanza della guerra nel grado di
ostilità psicologica che la caratterizza.
Così, per Hobbes, la guerra non consiste soltanto nello scontro, ma anche
nella cosciente disposizione dell'uomo ad essa (l'uomo è malvagio ed egoista
per natura).
Per Boutoul sono tre i caratteri distintivi della guerra:
1) è un fenomeno collettivo,
2) è lotta armata,
3) ha carattere giuridico.
Si può dunque concludere che non esiste una definizione univoca del concetto
di guerra. Forse più fungo atomico
aderente alla realtà potrebbe essere una definizione che tenesse conto
dell'analisi dei fatti storici concreti che sono stati chiamati
"guerre". Ora, tali fatti sono stati caratterizzati da: attività
militare, alto grado di tensione nell'opinione pubblica, entrata in vigore di
norme giuridiche atipiche rispetto a quelle vigenti nel periodo di
"pace", una progressiva integrazione politica all'interno delle
strutture statali belligeranti. Così la guerra diventa contemporaneamente una
specie di conflitto violento, un fenomeno di psicologia sociale, una situazione
giuridica eccezionale, un processo di coesione interna.
POSSIBILI
CLASSIFICAZIONI
I criteri in base ai quali il concetto di guerra può essere scomposto sono
molti.
Ad esempio, con riferimento ai gruppi di lotta, si parla di guerra internazionale
se condotta fra più stati, interna o civile se condotta fra
cittadini di uno stesso stato, coloniale se i gruppi contendenti sono
popoli di civiltà diverse, una delle quali è considerata inferiore all'altra.
Per quanto riguarda l'intenzione o la psicologia, la guerra si divide in offensiva,
difensiva, preventiva, il cui significato è ricavabile
dall'analisi dei termini stessi. Inoltre, con riferimento alle armi utilizzate,
si parla di guerre convenzionali o nucleari. Infine, seguendo le
finalità perseguite la guerra si divide in dinastica, di conquista,
di liberazione, di religione, di rivoluzione, di difesa;
generalizzando si possono formare due grandi categorie: guerra limitata
oppure totale.
Una particolare considerazione merita la guerra come strumento politico. La
politica, definita come "intelligenza dello stato personificato", si
avvale di due strumenti: la diplomazia e la guerra. Ma se i mezzi sono
differenti, unico è il disegno che guida all'azione. La diplomazia si ritira
allorché i suoi obbiettivi sono raggiungibili solo attraverso lo scontro
armato, pronta a far sentire nuovamente il suo peso non appena ciò sia
considerato possibile. Il fine, insomma non dovrebbe mai essere l'annullamento
totale del contendente, ma la modifica di certe sue motivazioni.
CAUSE
DELLA GUERRA
Lo studio accurato di un gran numero di guerre ha portato a concludere che
le cause dei conflitti sono raggruppabili generalmente in cinque categorie: 1)
cause ideologiche, 2) cause economiche, 3) cause psicologiche, 4) cause
politiche, 5) cause giuridiche. Inoltre si possono riconoscere tre distinti
livelli di indagine: il livello individuale, quello di gruppo, e quello di un
sistema di gruppi (internazionale). A livello individuale si riscontrano le
motivazioni coscienti e quelle inconsce. Per quanto riguarda le prime, è
sufficiente affermare che le guerre presuppongono sempre un'organizzazione; la
decisione di intraprendere una guerra precede di molto lo scoppio delle
ostilità. In riferimento alle seconde, invece, sono state compiute delle
ricerche in campo psicoanalitico, che ipotizzano l'esistenza di una tendenza
all'aggressività innata e naturale nell'uomo.
Alcuni altri filosofi pensano che la guerra possa derivare da un fattore ludico:
essi affermano che nelle popolazioni primitive la guerra era vissuta come un
mito misterioso, rappresentava l'eterno destino della vita e della morte. In
questo senso la guerra si avvicinava alla cosiddetta follia, o addirittura al
suicidio, essendo tutte forme di violenza in cui si manifesta l'irrazionale,
che spesso è identificato con il sacro e contrapposto alla tranquillità del
profano.
A livello di gruppo (stato), devono essere presi in considerazione
sub-sistemi quali quello governativo, burocratico, legislativo, economico, i
gruppi di pressione e sicuramente la natura stessa dello stato (caratteri
nazionali, culturali, geografici, ecc.).
Per quanto riguarda il terzo livello (sistema di gruppi), le analisi ipotizzano
che la politica estera degli stati venga influenzata maggiormente dalle
situazioni esterne. Ciò viene dimostrato ricorrendo al cosiddetto principio di
omeostasi, in base al quale ogni sistema ha la tendenza all'autoconservazione;
la guerra viene quindi spiegata in termini di mantenimento dell'equilibrio
(balance of power).
UN
ACCENNO ALLA FILOSOFIA
Alcuni filosofi dell'antichità hanno riconosciuto alla guerra un
valore cosmico, una funzione dominante nell'economia dell'universo. Così fece
Eraclito che chiamò la guerra "madre e regina di tutte le cose". E
così pure Empedocle affermò che accanto all'amicizia (o amore) come forza che
unisce gli elementi costitutivi del mondo ci sono l'odio e la discordia che
tendono a disunirli. Altri filosofi, come Hobbes, hanno affermato che lo stato
di guerra è lo stato naturale dell'umanità, nel senso che è quello al quale
essa sarebbe ridotta senza le regole del diritto o dal quale cerca di uscire
mediante queste regole.
Filosofo sostenitore della guerra per eccellenza è Hegel, che considerò il
conflitto in generale come una specie di "giudizio di Dio", del quale
la Provvidenza
si serve per far trionfare l’incarnazione migliore dello Spirito del mondo.
Egli afferma infatti: "Come il vento preserva il mare dalla putrefazione
nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole, così vi ridurrebbe i popoli una
pace durevole, anzi perpetua". Dall’altro lato ritiene che, nel piano
provvidenziale della storia, un popolo succeda ad un altro nell’incarnare e
manifestare lo Spirito del mondo, dominando, in nome di questa superiorità
tutti gli altri popoli. La guerra può essere un episodio di questo
avvicendamento, di questo giudizio di Dio pronunciato dallo Spirito. "Di
solito", dice Hegel, "è collegata con ciò una forza esterna che con
violenza spossessa il popolo perdente dalla propria posizione di dominio e fa
sì che cessi di essere il primo. Questa forza esteriore appartiene però
soltanto al fenomeno: non esiste forza interna o esterna che possa distruggere
lo Spirito del popolo, se questo non è già in sé estinto".
Queste affermazioni equivalgono alla giustificazione di qualsiasi guerra
vittoriosa, che, come tale rientrerebbe nel piano della Ragione. Esse
costituiscono una mostruosità filosofica, alla quale, comunque si possono
contrapporre le opere di tutti i filosofi che si sono occupati dello studio
della pace intesa come l’unica situazione in cui l’uomo può essere felice.