Armamenti

Tags:  

I mezzi materiali utili alla guerra possono essere divisi in due grandi categorie:
le forze armate, suddivise secondo i differenti corpi;
l’industria bellica e gli armamenti.

Il rafforzarsi dei rapporti tra Paesi non allineati con l’Europa dell’est (incentivato dal crollo del muro di Berlino) la fine della guerra fredda e del bipolarismo e infine la disfatta dell’Impero sovietico - con la conseguente frammentazione e la perdita di controllo sul suo arsenale bellico, svenduto a bassissimo costo e, spesso, su basi illegali – ha portato a una distribuzione incontrollata degli armamenti convenzionali e nucleari. Questi si sono resi accessibili ad un numero di Paesi sempre maggiore, e, anche grazie ad autonome leggi di mercato, ad attori non riconosciuti dal diritto internazionale e posti al di fuori di ogni controllo e regolamentazione. Tale proliferazione ha causato una trasformazione radicale nella guerra convenzionale, un tempo controllabile, dal momento che la sua eventualità era legata alla responsabilità di attori ben definiti nello scacchiere internazionale e soggiaceva alle regole della dissuasione. Oggi si è invece aperto l’inquietante capitolo del terrorismo nucleare. Nell’arco di un processo evolutivo di carattere più scientifico che strategico, si sono sviluppate armi chimiche, biologiche e batteriologiche, ordigni nucleari e vettori relativi, e la cosiddetta guerra tecnologica (pulita o intelligente) che consiste in un’integrazione di elementi digitali e ICT (Information, communication technologies) della guerra convenzionale, chimica e/o nucleare. Questa rivoluzione negli armamenti, insomma, ha trasformato la guerra in ciascuna delle sue dimensioni tattiche - terrestre, navale, ed aerea – e prosegue anche ai giorni nostri.

Rientrano nella categoria delle armi chimiche i gas nervini, agenti vescicanti, asfissianti o inabilitanti, nonché tossine di vario tipo. Tali armi possono essere disperse nell’aria con l’aiuto di diversi vettori (proiettili, missili o bombe). Sono usate per lo più per colpire il nemico, ma vi sono eccezioni: i gas defolianti, ad esempio, vaporizzati da aerei, servono a colpire la vegetazione in cui il nemico si nasconde per spingerlo allo scoperto (tipico è il caso del napalm, usato largamente dagli USA in Vietnam. Anche l’uso di certi materiali per la confezione di armi convenzionali o nucleari, atti a perfezionarne l’effetto bellico, provocano conseguenze non meno gravi di quelle innescate da molte armi chimiche. Si pensi al recente scandalo dell’uranio impoverito (depleted uranium), utilizzato per il miglioramento della capacità perforante dei missili, che sin dalla Guerra del Golfo ha investito la Nato. Proprio questa vicenda lascia emergere in tutta la sua gravità l’eterno problema dell’egemonia in seno alle alleanze internazionali, della gerarchizzazione del grado di responsabilità nei confronti delle vittime, dalla tutela dei soldati, dell’atteggiamento di scarsa o nulla responsabilità tenuto dalle autorità militari nei confronti dei cooperanti, così come dei danni perpetrati alle terre ed alle popolazioni colpite.

Le armi biologiche e batteriologiche sono composte da batteri, rickettsie, virus e funghi. La guerra combattuta con armi di questo tipo ha una lunga storia: essa discende dalla cosiddetta “guerra di germe” medievale, che consisteva nell’intenzionale contaminazione dell’ambiente occupato dal nemico con carcasse di animali. Guerra chimica, biologica e batteriologica, nella misura in cui sono discipline di tattica militare applicata, hanno conosciuto una sperimentazione sull’uomo senza limiti. In particolare, sono spesso serviti da cavie paesi e popoli ritenuti “inferiori”, com’è stato il caso delle sperimentazioni di armi batteriologiche di distruzione di massa dell’Unità giapponese 731, nella Cina degli anni ’40. Ma non mancano, a partire dalla guerra fredda, esempi di accanimento contro l’ambiente e talvolta contro le città situate nel territorio delle stesse Potenze che mettevano a punto agenti epidemici ed agenti biologici surrogati, o che intendevano testare il grado di vulnerabilità e i tempi di reazione ad eventuali attacchi nemici. A tali sperimentazioni si affiancano numerosi “incidenti di percorso”, quali ad esempio le contaminazioni di volontari, di cui solo di recente si è venuti a conoscenza e, con ogni probabilità, in modo parziale. Le conseguenze di questi gravi fatti sono a tutt’oggi inconoscibili ed incontrollabili, a causa della natura volatile degli agenti impiegati. Tali incidenti, ovunque siano stati scoperti e denunciati, hanno rivelato anche una volontà d’occultamento delle prove, che ha accomunato nell’omertà la maggior parte delle Nazioni, alleate o contrapposte che fossero. Non giova evidentemente a nessuna di esse scagliare la prima pietra.

Attualmente le potenze nucleari mondiali sono otto: Stati Uniti, Comunità degli Stati Indipendenti, Cina, Francia, Inghilterra, India, Pakistan ed Israele. Con la distensione e la fine della cosiddetta “logica dei blocchi”, la proliferazione di materiale nucleare ha assunto un ruolo non marginale nella cosiddetta anarchia del sistema internazionale. Lo scenario internazionale è attualmente turbato da un pericoloso confronto fra forze originate dalla progressiva polverizzazione dell’assetto globale in associazioni regionali, in ciascuna delle quali si identificano chiare egemonie. E’ dagli anni ’60, ad esempio, che si è aperta in Asia la concorrenza nucleare. Anche con l’intento di tutelarsi dagli attacchi della Cina – che nel ’64 entrò nel novero delle potenze nucleari -, l’India, in contrasto col Trattato di non-proliferazione nucleare del ’68 (cui non aderì) e col concorso di Canadesi e Americani, nel ’74 fece il suo primo esperimento nucleare. Seguì il Pakistan di Bhutto e Zia, decisi a costruire quella che i paesi dell’area chiamarono Islam bomb: essa è stata confezionata di recente, praticamente in condizioni d’autarchia. In seguito, il Pakistan ha rifiutato di siglare l’ultimo dei trattati impropriamente definiti “di disarmo” (il Comprehensive test ban treaty del 1996), che per la verità consisteva, in pratica, nella ratifica dello status quo a livello globale.

A scapito di una corsa all’accaparramento di grandi quantità di armi, sembra farsi largo nel Primo mondo l’attitudine ad acquisire limitate quantità di armi qualitativamente superiori. La tendenza in atto nell’Occidente è quella di rendere possibili guerre sempre più tecnologiche, che garantiscano un abbassamento costante della percentuale di vittime civili. Eppure quest’ultime, in complesso, hanno raggiunto la percentuale dell’80% rispetto a quelle militari: ciò a causa delle strategie belliche attuate nei paesi meno avanzati. Sono questi i clienti privilegiati dei produttori delle armi leggere (armi individuali, corte, lunghe, da combattimento, mine, mortai, etc.), mezzi destinati più all’eccidio che alla distruzione di obiettivi strategici. Scarsi controlli e mercato nero permettono di riciclare questo tipo di armamenti di conflitto in conflitto. La proliferazione delle armi convenzionali le rende pericolose protagoniste in ogni campo di battaglia. È un fatto che i movimenti in competizione per il potere, anziché cercare il sostegno popolare, finiscano col privilegiare la razzia di mezzi che potranno risultare utili al sostentamento dell’attività bellica. Materie prime (diamanti, petrolio ecc.), oppure materiali elaborati e di consumo (spesso aiuti internazionali), sono spesso scambiati con armi leggere ed altre risorse, attraverso traffici transnazionali e illegali. L'eccessiva disponibilità di armi leggere e il loro basso costo spesso inducono le parti in guerra a non deporre le armi e a proseguire nell'opzione violenta, piuttosto che sobbarcarsi i necessari sacrifici che derivano da un accordo di pace. Ciò è avvenuto, per fare qualche esempio, in Ruanda, nella Repubblica democratica del Congo, nel Congo-Brazzaville, in Sierra Leone ed in Angola. Quasi tutte le missioni internazionali di pace in Africa sono fallite a causa della proliferazione delle armi leggere e non mancano casi in cui soldati delle forze multinazionali di pace hanno subìto il fuoco di armi vendute dai loro stessi paesi di provenienza. Ciò è naturalmente capitato anche a soldati italiani, visto che l’Italia è uno dei maggiori produttori di armi. Pur essendo classificata sotto la voce “armi civili”, la dichiarata esportazione di fucili e pistole “da caccia e da tiro sportivo”, si svolge, oltre che verso gli Stati Uniti, anche verso Algeria, Perù, Tailandia e Slovenia, per un giro d’affari di centinaia di miliardi.

I cosiddetti “interventi autoritativi” in territori extra-europei, in parte ascrivibili ad alleanze di stampo neocoloniale (Guerra del Golfo, Haiti, Comore, Sierra Leone etc. neocolonialismo), si sono caratterizzati per l’uso dei più sofisticati armamenti. Queste occasioni belliche hanno messo in evidenza non solo la persistenza, quanto alla proliferazione degli armamenti convenzionali, di legami preferenziali tra quei territori e l’Occidente, ma anche l’insistenza da parte dell’Occidente nello sfruttamento di quei campi di battaglia come occasioni di sperimentazione di nuove combinazioni belliche. La definizione di guerra tecnologica implica una gestione e un controllo a distanza del teatro di guerra, con un minimo coinvolgimento di elementi umani e – a detta dei suoi sostenitori – un “trascurabile margine d’errore”. Essa ha comportato, tra l’altro, una crescente sofisticazione e miniaturizzazione degli a. nucleari. La pericolosità di questi ultimi è oggi aumentata in modo esponenziale, non essendone facilmente controllabile, ormai, il traffico. Lo stadio più avanzato della guerra tecnologica, la cyberwar, è stato esperito dagli Stati Uniti proprio nei teatri di guerra di cui si è detto sopra. Durante la prima Guerra del Golfo, ad esempio, e in seguito ad Haiti, è stato sperimentato e perfezionato il sistema integrato di trasmissione globale GPS (Global Positioning System), che si serve della cosiddetta info-sfera, ovvero dell’apparato satellitare, in perfetta sinergia con mezzi aerei e terrestri. Grazie a questo sistema, dalla centrale di controllo e raccolta dati e con il supporto di mezzi mobili abbastanza distanti dal fulcro della battaglia da poterlo monitorare senza esserne coinvolti, vengono trasmessi dati circa obiettivi e priorità agli elementi a terra (fanteria e carristi) dotati di elmetti integrati. Piloti, capo-carri e altre unità combattenti, grazie al mutuo collegamento elettronico,a microcamere, computer e tecnologia ottica agli infrarossi, possono condividere il teatro di battaglia da ogni prospettiva, anche al buio. L’ulteriore evoluzione della tecnologia digitale integrata negli elmetti permetterà al soldato di sparare senza esporsi. Si tratta, questa, di una tecnologia già esperita con l’uso di chip al silicio su mezzi di terra. Il fine ultimo di tutta questa evoluzione è quello di poter combattere battaglie senza uomini. Tuttavia, ciò che immediatamente si rende evidente quando si parla cyberwar, è che si perdono di vista le vittime. Anche il controllo delle vittime, tuttavia, è affidato all’efficace arma psicologica della cosiddetta info-guerra: ancora ad Haiti, sembra si sia operato anche attraverso la televisione - con la combinazione di gas diffusi nell’aria, sostengono alcuni - per calmare la popolazione.

Oggi si considera psico-arma la combinazione (non nuova, peraltro, nella storia della guerra) di stimoli psicoattivi - siano essi la paura, la propaganda o il convincimento di agire in nome di Dio o di poter sublimare in sé la forza dell’animale clanico - con la distribuzione controllata di sostanze naturali o sintetiche: lo scopo finale è la stimolazione ed il mantenimento di uno stato di alterazione delle truppe. Tre sono le categorie in cui si classificano tali sostanze:
psicolettiche (dall’effetto calmante: oppiacei, analgesici, alcolici, ansiolitici),
psicoanalettiche (sostanze eccitanti quali cocaina, anfetamine, khat e antidepressivi),
psicodislettiche (sostanze allucinogene come Lsd, psilocibina o mescalina).
 


 RSS of this page